D: Quando hai capito che volevi fare il medico? È stata una vocazione, un caso… o qualcosa che è successo nella tua vita?

R: Dr. Corrias:

A dire il vero, mi sono iscritto a Medicina quasi per caso. A diciott’anni non avevo le idee chiare su cosa fare della mia vita — in realtà volevo fare l’astronauta! Poi, complice una rottura con la mia ex del liceo, ho cambiato completamente rotta. L’amore ha scombussolato i miei piani e mi sono trovato a seguire il suo percorso, iscrivendomi ai test universitari un po’ per seguirla.

Sono passato, modestamente, a tutti i test che feci in quel periodo. E tra tutte le opzioni, la Medicina mi affascinava. Nella mia famiglia c’erano già due zie medico che mi hanno fatto un po’ da mamme, e da ragazzino ho sempre vissuto con ammirazione la loro figura.

Quindi sì, forse non è stata una vocazione in senso stretto, ma una scelta spontanea. Quando feci il test vedevo tutti che si preparavano da mesi… io invece non avevo mai studiato per quel tipo di prova, ero convinto che non l’avrei mai superata. E invece, eccoci qui.

D: Perché proprio la radiologia? Cosa ti ha colpito di questa specializzazione rispetto alle altre?

R: Dr. Corrias :

Anche qui, ti dirò la verità: è stato il caso. Io inizialmente volevo fare chirurgia plastica, avevo già iniziato la tesi in quell’ambito quando il mio relatore, da un giorno all’altro, si trasferì all’estero. Mi trovai improvvisamente senza tesi e senza professore. Nessuno lo sostituì. Così iniziai a scrivere disperatamente e-mail ad altri direttori di dipartimento. Alla fine mi rispose il professor Luca Saba, di Radiologia. Sin dalla prima mail capì che tipo di persona ero: positiva, motivata. E subito mi diede una possibilità. Mi concesse di fare la tesi con lui, e nei pochi mesi restanti mi sono impegnato al massimo. È nata anche un’amicizia bellissima: è stato lui a mandarmi a New York dal Dr. Lorenzo Mannelli, e poi mi ha supportato nel dottorato, anche quando sono stato in Francia. Ecco com’è iniziata la mia storia con la radiologia: non per scelta iniziale, ma per la fiducia e l’entusiasmo che queste persone mi hanno trasmesso. Parlando con loro, confrontandomi, ho cominciato a capire quanto fosse affascinante il ramo che avevo scelto. Loro lo facevano con passione e compassione. E quella passione è diventata anche la mia.

D: Hai mai avuto un momento in cui ti sei detto: “Questa è davvero la mia strada”? Un caso clinico o un’esperienza che ti ha fatto scattare qualcosa?

R: Dr. Corrias:

Sì, ci sono stati casi particolari che mi hanno dato una profonda soddisfazione. A volte capita che i pazienti si affezionino, ti ringrazino… ed è qualcosa che, per noi radiologi, ha un significato speciale. Lavoriamo sempre dietro le quinte, spesso senza avere un contatto diretto con chi poi beneficia delle nostre diagnosi. Proprio per questo, continuo a lavorare due giorni a settimana in presenza, per non perdere completamente il rapporto con i pazienti. Mi piace avere a che fare con le persone, con le loro storie. Alcuni pazienti che seguivo anni fa ancora oggi tornano da me, magari dopo aver superato una malattia, e mi raccontano che grazie a quella diagnosi hanno potuto curarsi in tempo. E poi, come ti dicevo prima, sono stati fondamentali i miei maestri: vedere Luca e Lorenzo all’opera, vederli lavorare con passione e umanità… mi ha ispirato. Ho capito che si poteva essere radiologi e al tempo stesso avere un impatto umano fortissimo, anche se non sempre si è in prima linea.

D: All’inizio come vedevi la tecnologia in medicina? Cosa ti ha fatto cambiare prospettiva e aprirti alla teleradiologia?

R: Dr.Corrias :

La tecnologia l’ho sempre vista bene. Sono sempre stato curioso, uno di quelli che da ragazzo smanettava con le novità. Per me non è mai stata una minaccia, ma un’evoluzione naturale. Capisco che per alcuni colleghi la telemedicina faccia paura, ma io l’ho accolta con entusiasmo. Durante il lockdown del 2020, mentre tutto era fermo, io guardavo modelli americani di teleradiologia e mi dicevo: “Questo in Italia funzionerebbe”. Così è nata l’idea di Diatheia. Non è stato pianificato a tavolino, è nato osservando, riflettendo, e poi agendo nel momento in cui tutto il mondo sembrava bloccato. Invece di guardare Netflix, io guardavo video su piattaforme mediche e immaginavo come costruire qualcosa di nuovo. Ed eccoci qui.

D: Cosa volevi cambiare, in concreto, quando hai deciso di creare una piattaforma di teleradiologia?

R: Dr.Corrias:

La mia idea era — ed è tuttora — quella di dare voce ai radiologi. Spesso il sistema è controllato da chi possiede fisicamente gli studi, ma non è un radiologo, quindi ha altre priorità. Io volevo costruire un gruppo forte, coeso, in grado di rappresentare le esigenze reali di chi referta ogni giorno. Con il lavoro da remoto, possiamo concentrare le competenze: assegnare i casi a chi è più esperto in quel tipo di esame. Questo migliora la qualità in modo radicale. È difficile farlo in presenza, dove le liste sono miste e dettate dalla logistica più che dal merito clinico. Il problema è che spesso chi gestisce i turni pensa solo al fatturato. Ma noi abbiamo voluto mettere la qualità al centro. E, a distanza di tempo, posso dire che ci siamo riusciti: abbiamo portato qualità dove prima c’era solo copertura. E questo per noi è già un cambiamento enorme.

D: Cosa rende Diatheia diversa dalle altre soluzioni? Qual è, secondo te, l’aspetto più “umano” del vostro approccio?

R: Dr. Corrias:

Diatheia è una risposta pragmatica a un bisogno urgente del sistema. Non è solo tecnologia, è organizzazione intelligente delle risorse. In tutto il mondo, ormai, si centralizzano le refertazioni. In Italia, purtroppo, si spendono ancora migliaia di euro per avere una persona in turno H24 in un piccolo presidio dove magari si fanno pochissimi esami. Con Diatheia, centralizziamo le competenze: una persona può refertare da remoto per più strutture, portando efficienza e qualità ovunque. È un modello più giusto, anche dal punto di vista umano, perché rispetta sia il paziente che il medico. È questo, per me, il nostro vero valore aggiunto: l’equilibrio tra empatia, efficienza e visione sistemica.

D: Come vedi il lavoro del radiologo tra 5 o 10 anni? Più tecnologico, più centrale… o tutte e due?

 R: Dr. Corrias:

Tutte e due. L’intelligenza artificiale cambierà tutto, ma non nel senso che qualcuno verrà sostituito. Anzi, la disponibilità rapida di esami farà aumentare la domanda. Già lo vediamo: i dati parlano chiaro. Un solo radiologo potrà fare molto di più con gli strumenti giusti, magari passerà da 15 a 100 esami a turno. Ma non basterà comunque: serviranno più specialisti. Pensa alle ecografie muscolo-scheletriche. Se domani avessimo una risonanza muscolo-scheletrica più accessibile, tutti i clinici la sceglierebbero. E questo raddoppierebbe le richieste. Serve una rete flessibile, fatta di professionisti che possono lavorare da remoto. Questo è il futuro: più tecnologico, ma anche più umano, perché centrato sulle competenze reali.

D: Se potessi tornare indietro e parlare con te stesso al primo giorno di specializzazione, che consiglio ti daresti oggi?

R: Dr. Corrias:

Mi direi di non avere paura del cambiamento e di cercare l’innovazione, sempre. All’inizio ero molto concentrato sulla tecnica, sui protocolli, ma oggi so che il futuro è nell’integrazione tra competenza clinica e digitale. Avrei voluto imparare prima a usare certi strumenti, a leggere certi segnali. Ma va bene così: ogni scelta, anche quelle casuali, mi ha portato qui. E oggi posso dire di essere felice del percorso fatto, ma soprattutto curioso di quello che verrà.